• gennaio 2018

    "Finché avrò voce. Storia di Alberto Sed".
    Regia di Alessandro Martinelli e Andrea Quattrini

    In occasione del Giorno della Memoria, in programmazione su Canale 5 e IRIS il film documentario "Finché avrò voce. Storia di Alberto Sed", toccante testimonianza di uno degli ultimi sopravvissuti alle atrocità naziste del Campo di sterminio di Auschwitz Birkenau.

    Alberto Sed
  • aprile 2017

    Mostra Fotografica e anteprima del film "A5491 - La storia di Alberto Sed".
    Centro Ebraico Italiano Il Pitigliani, Roma

    Pomeriggio dedicato ad Alberto Sed, sopravvissuto all'inferno di Auschwitz.
    Il dovere di testimonianza attraverso le immagini della mostra fotografica e la proiezione in anteprima del film documentario "A5491 - La storia di Alberto Sed" (regia di Andrea Quattrini e Alessandro Martinelli).
    Evento organizzato per il Gruppo Ghimel del Pitigliani, in collaborazione con Progetto Memoria. Presente tutta la famiglia Sed e il Colonnello Roberto Riccardi autore del libro "Sono stato un numero" (ed. Giuntina) che ha raccolto dopo sessant'anni di silenzio la testimonianza di Alberto Sed sulle atrocità della Shoah.

    A5491
  • gennaio 2017

    Calendario Reggimento Corazzieri 2017
    Pubblicazione interna del Reggimento Corazzieri. Edizione limitata in un unica tiratura di stampa. Elaborazione immagini e copertina a cura di Giuseppe Spinosi

  • ottobre 2016

    "Passaggi di memoria" - Castelnuovo Fotografia
    Mostra Collettiva a cura di Elisabetta Portoghese e Manuela De Leonardis

    Concepito per Castelnovo Fotografia, Passaggi di memoria/Steps of Memory è una sorta di album fotografico indisciplinato. Si presenta come una grande installazione a parete di una cinquantina di fotografie scelte secondo criteri legati alla componente soggettivo-emotiva, più che dal riferimento a categorie tematiche o temporali. Così come non sono uniformi né il formato delle foto, né le tecniche (polaroid, stampe a colori e in bianco e nero, viraggi in seppia…) e neppure le cornici (quando sono presenti).
    Immagini fotografiche – come pezzi di memoria – in alcuni casi del tutto anonime, che raccontano incontri significativi che hanno segnato rispettivamente il percorso ultraventennale, personale e professionale, di Elisabetta Portoghese, Marco Bastianelli e Manuela De Leonardis. Percorsi che, casualmente, s’intercettano più volte.
    Icone autorevoli come il ritratto di Pier Paolo Pasolini con la mamma Susanna, fotografati da Sandro Becchetti nel 1971 o la coppia Marina Abramovic-Ulay di cui Mario Carbone documenta la performance Imponderabilia (1977), durante la settimana internazionale della Performance alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, sono immagini che appartengono alla cultura del Novecento. Così come quelle di Tony Vaccaro, Piergiorgio Branzi, Vittorugo Contino, Vasco Ascolini. Altrettanto significativo il ritratto di Lolita Lebron, pasionaria dell’indipendenza portoricana, scattato dal fotoreporter Jim Mahan, a Washington D.C. nel 1954: la didascalia sul retro riporta “terrorista in tribunale con il rosario e il libro di preghiera.
    Concettuali, visionarie, realistiche, romantiche, architettoniche… le foto di: Andrea Attardi,Vasco Ascolini, Alessandra Baldoni, A Rahman,Sandro Becchetti, Ivano Bolondi, Carmelo Bongiorno, Paolo Buggiani, Massimiliano Camellini, Mario Carbone, Fabrizio Ceccardi, Franco Cenci, Anna Maria Colucci (Samagra), Vittorugo Contino, Karmen Corak, Rocco De Benedictis, Augusto de Luca, Simona Filippini, Susan Harbage Page, Reiko Hiramatsu, Dino Lorusso, Jim Mahan, Maimouna Guerresi, Giulia Marchi, Alessandro Martinelli, Patrizia Molinari, Mitsuko Nagone, Yasuhiro Ogawa, Guido Orsini, Giuseppe Pappalardo, Valentina Parisi, Virginia Ryan, Jack Sal, Paolo Simonazzi, Giuliana Traverso,Tony Vaccaro. Elisabetta Portoghese e Manuela De Leonardis

  • gennaio 2016

    Calendario Reggimento Corazzieri 2016
    Pubblicazione interna del Reggimento Corazzieri. Edizione limitata in un unica tiratura di stampa. Elaborazione immagini e copertina a cura di Giuseppe Spinosi

  • gennaio 2015

    Calendario Reggimento Corazzieri 2015
    Pubblicazione interna del Reggimento Corazzieri. Edizione limitata in un unica tiratura di stampa. Elaborazione immagini e copertina a cura di Giuseppe Spinosi

  • ottobre 2013

    Digital Photographer Italia - n. 5 ottobre 2013
    La città sospesa.
    Alla ricerca di luoghi familiari in terre lontane. Il progetto di Alessandro Martinelli porta le campagne venete a Roma. Intervista di Annalisa Polli

    All'alba i passi si susseguono lenti e attenti a cogliere quello che il sole pian piano svela davanti agli occhi. Sono alla ricerca di atmosfere familiari nelle campagne a ridosso della città. I palazzi si risvegliano, l'asfalto assorbe il calore della nostra stella e il rinnovato caos sono lontani. I suoni e gli odori di questo nuovo giorno giungono ovattati, lasciando spazio alla solitudine e alla riflessione. I segnali della civiltà compaiono raramente: antenne radio, pali e cavi elettrici donano sollievo momentaneo al volo sinuoso degli storni. Qualche presenza umana appare sfuocata. La nostalgia dei luoghi natii stringe il cuore e un po' di malinconia sovviene. Arriva la nebbia e sembra che il fosso della Cecchignola assomigli alle valli e alle campagne venete. È umidità viva, che avvolge gli alberi e la natura intorno. Con delicata malizia nasconde e ripara il paesaggio dallo sguardo invadente dei fugaci passanti. La città è sospesa tra cielo e terra.

    Da dove nasce l’idea di questo progetto?
    Dire da dove nasce il progetto è come rispondere alla domanda perché fotografo? Fondamentalmente per conoscere me stesso. Edward Steichen affermava che «La missione della fotografia è quella di spiegare un uomo all’uomo e ogni uomo a se stesso». Una riproposizione in chiave fotografica dell’esortazione di socratica memoria. Nel momento in cui mi sono trasferito a Roma ho sentito forte l’esigenza interiore di conoscere i luoghi dove vivevo e di metterli in relazione alle mie emozioni e al mio vissuto. Una ricerca tesa a trovare affinità e familiarità con il nuovo habitat.

    Quale obiettivo ti sei proposto di raggiungere?
    Il mio intento non era quello di fotografare la città eterna, conosciuta da tutti, ma i luoghi di Roma più vicini a me, il mio quartiere (Fonte Meravigliosa), cercando di indagare il rapporto, inteso nell’accezione più intima e personale, esistente tra l’uomo e il suo territorio. Una visione di Roma fuori dai classici schemi, urbani e monumentali (architettonici), ma sempre Roma, anche se sconosciuta a molti. Una visione personale che mi ha aiutato a comprenderla e ad amarla, conciliandola con le mie origini venete.

    Durante la realizzazione del lavoro, quali difficoltà hai riscontrato?
    La maggior difficoltà è stata, indubbiamente riuscire ad unire i ritmi della vita metropolitana con il tempo necessario da dedicare al progetto. In seconda battuta, imbattersi nelle giuste atmosfere che potessero richiamare i miei ricordi e riuscissero a suscitaare nuove passioni. Per questo ho frequentato i luoghi di confine del quartiere meno conosciuti e frequentati. Limiti dello spazio fisico dove esso va sparendo confondendosi con l’anima di chi lo percorre.

    In quanto tempo hai realizzato il reportage? Consideri il tuo progetto concluso?
    Si tratta di una ricerca che dura da diversi anni e che non ritengo ancora conclusa. La selezione di foto appartiene ad una serie di immagini scattate durante un lasso temporale che va dal 2005 al 2012.

    Quali attrezzature hai utilizzato? Che ottiche prediligi per un lavoro del genere?
    Utilizzo attrezzature Nikon e nel tempo per realizzare queste immagini ho adoperato una D70, una D200 e infine una D300. Prediligo gli zoom alle ottiche fisse per la loro versatilità e immediatezza espressiva. In questo caso ho utilizzato ottiche Nikkor 18-70mm f/3.5-4.5 G ED; 80-200mm f/2.8 e 18-200mm f/3.5-5.6 G IF ED.

    Che rapporto hai con la post-produzione?
    Direi buona, anche se rimango attento a rispettare l’immagine originale. Scatto sempre in formato raw (il negativo digitale) e quindi sono favorevole alla postproduzione che valorizza e interpreta l’immagine così come accade nella camera oscura per la stampa in bianco e nero.

    Digital Photographer Italia - n. 5 ottobre 2013
  • maggio 2009

    Mostra personale "Ma la morte mai" - Officine Fotografiche, Roma
    A cura di Nicoletta Zanella e Manuela de Leonardis

    Il lavoro di Alessandro Martinelli “Ma la morte mai”, vincitore del premio FotoLeggendo 2007, arriva finalmente a Officine Fotografiche dal 15 al 29 maggio 2009. Una prima volta e un ritorno perché l’autore non ha mai esposto i suoi lavori presso l’associazione ma proprio da Officine Fotografiche è stato istradato verso FotoLeggendo. All’inaugurazione incontro d’autore con una delle curatrici della mostra, Nicoletta Zanella, alle ore 19.
    Il lavoro di Martinelli è un racconto in bianco e nero, intimo ed evocativo. Oggetto la casa della nonna nella campagna di Urbana, in provincia di Padova, disabitata da quando lei era andata a vivere in una casa di riposo di un paese vicino. E la vera protagonista del lavoro è proprio la nonna, assente nella casa ma presente negli oggetti come nella vita dei famigliari. Il titolo della mostra si ispira all'ultima frase che ha pronunciato al nipote: “Vegna tanti guai, ma la morte mai”-che arrivino pure tanti guai, ma mai la morte -, un testamento di vita che esprime il senso dell’intero lavoro. Infatti non c’è traccia di rimpianto nelle immagini di Martinelli, magari in alcune un velo di tristezza. Ciò che emerge chiaramente dal racconto fotografico è invece l’amore per un mondo contadino fatto di tradizioni e valori radicati e profondi. Un mondo che non appartiene ad un luogo geografico particolare, in cui ognuno può ritrovarsi.

  • gennaio 2009

    Mostra collettiva “Quotidiana Genazzano” - Palazzo Valentini Roma
    A cura di Marco Delogu

    Presentazione di Claudio Libero Pisano

    Quotidiana – Genazzano è il primo di una serie di progetti di indagine sui cambiamenti di alcune realtà nella provincia di Roma (in particolare i comuni inseriti nel progetto ABC) attraverso l’osservazione di realtà familiari e/o di realtà lavorative a conduzione familiare.
    L’esperienza del Workshop che ha dato vita a questa mostra è nata dall’incontro tra la programmazione del CIAC sul tema della fotografia, e i progetti di Marco Delogu. Il coinvolgimento di Leonie Purchas ne è stato l’esito naturale. La fotografa inglese infatti ha lavorato per anni sui nuclei relazionali, sui ritratti di famiglia, entrando nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana di diverse regioni del mondo, da Cuba alla Provenza, dall’Inghilterra all’Italia, concludendo la sua ricerca con un’indagine fotografica sulla sua famiglia.
    Sette sono stati i fotografi coinvolti per lavorare intensamente con Leonie, ospitati poi da altrettanti nuclei familiari di Genazzano per documentare il vissuto scandito dai riti e dalle occupazioni quotidiane. L’interno di una casa con madre e figli; le occupazioni da sbrigare e i passatempi dei ragazzi; due fratelli intenti a imbottigliare vino in una cantina, tipica del paese, dove le operazioni sono valorizzate dall’insistita attenzione sugli oggetti; una famiglia tornata a vivere in campagna e descritta attraverso i paesaggi e gli animali; una trattoria a conduzione familiare, dove sono evidenziati i riti e le tradizioni della cucina del posto. Il progetto ha rappresentato un importante momento di confronto e verifica dell’idea che la ricerca, anche ad alti livelli, può partire dalla valorizzazione del territorio, infrangendo così lo stereotipo che vede nei piccoli centri il retaggio di un mondo ancorato alle tradizioni e incapace di guardare al futuro. Osservare il territorio senza alcuna tentazione di provincialismo e integrare i diversi linguaggi della contemporaneità con le storie, le tradizioni, le memorie. In questo senso la fotografia, soprattutto con l’avvento del digitale e del web, è una forma d’arte perfettamente idonea, un potente strumento di osservazione e di studio del territorio, indagato nelle sue declinazioni antropologiche e paesaggistiche. L’obiettivo è restituire uno spaccato attraverso la visione personale della quotidianità. E tutti insieme i lavori presentati percorrono uno stesso sentiero, dialogando e raccontando, ciascuno a suo modo, di ogni giorno.

  • maggio 2008

    Mostra personale "Ma la morte mai" - Biblioteca Angelica, Roma
    Presentazione di Manuela De Leonardis

    Lei non c’è più. E’ volata in un’altra dimensione l’11 luglio 2007. Con i nonni se ne va anche l’infanzia, si sa. Il calore di un abbraccio indulgente.
    Quando Alessandro è nato, nonna Anna aveva 59 anni. Lui è uno dei quarantasei, tra nipoti e pronipoti, figli di quattro femmine e due maschi, a cui vanno aggiunti tutti quei bambini che teneva a balia, alcuni dei quali salvandoli dagli stenti. Fratelli e sorelle di latte, si chiamano.
    Era nata ad Urbana (in provincia di Padova) nel 1911. Nome di battesimo: Pierina, ma tutti la conoscevano come Anna. Lì ha vissuto per tutta la vita, in quella casa di campagna costruita nell’Ottocento -pietra su pietra, legno su legno- dal padre di suo marito Rodolfo.
    “Nonno Rodolfo andava sempre in bicicletta -come del resto la nonna- e fumava il sigaro.” -ricorda Alessandro Martinelli- “E’ morto nel ’90, ma anche quando era in vita quella casa l’ho sempre associata a lei. La stufa a legna era perennemente in funzione. C’era sempre una fetta di torta pronta per essere offerta, perché sapeva che non mancava mai chi passava a salutarla. La torta di mele, di noci, di uvetta… ma in paese era conosciuta soprattutto per la fantastica torta Margherita, che vinse persino un premio in occasione di una sagra annuale. Quando dormivamo lì, poi, era una festa. Tutti insieme nei lettoni. Ci preparava lo “schizzotto”, anche i “siguli” con il primo mosto uscito dalla pigiatura dell’uva che facevamo con i nostri piedi di bambini, di ragazzi. Nonna Anna non ci sgridava mai. Aveva la battuta pronta e un proverbio -citato sempre in dialetto- adatto per ogni occasione, seguito -puntualmente- dal rafforzativo “xe verità” (è vero). Era generosa. Lo è sempre stata, anche quando i tempi erano ancora più difficili, come durante la guerra, quando era sulle sue spalle che gravava il peso della famiglia. Aveva sempre qualcosa da dare a chi glielo chiedeva: frutta, verdura, farina, uova... ma poteva diventare addirittura cattiva se sentiva insidiati i suoi affetti.”.
    Nella casa, il fotografo, torna nel giugno scorso -per due giorni consecutivi, durante un fine settimana- quando lei non vi abita più già da tempo. Da otto anni viene assistita e curata nella casa di riposo di un paese vicino, Merlara.
    “Portatemi a casa mia”, ripeteva.
    Da quando lei è lì, nessuno della famiglia è mai tornato nella casa, con l’inconscia consapevolezza -forse- che le mura non hanno vita propria. Anche per pudore, certo, e per rimandare ad altri tempi il dolore, le decisioni del dopo.
    Tutto, perciò, è rimasto esattamente come lo ha lasciato la nonna, quel giorno di otto anni fa. Le sue pantofole, la poltroncina di vimini -quella dove sedeva mentre sferruzzava calze di lana, dono per ogni nipote- la legna nel cestino, i panni stesi sullo stendino, il bollitore di alluminio... proprio come se, da un minuto all’altro, sarebbe tornata.
    “Ora la casa è vuota, però parla ancora di lei.”.
    Le foglie secche si accumulano davanti al fienile, le ragnatele abbracciano gli attrezzi nel portico, non ci sono più salami messi ad essiccare nel buio della cantina, né le botti piene di vino. Niente galline, tacchini, oche, conigli a spasso per l’aia. Non ci sono voci, non c’è profumo di cucinato. Il silenzio avvolge gli oggetti.
    Non è il rimpianto di un ciclo che si esaurisce, quanto -piuttosto- un velo di tristezza. Il passato -ingombrante che sia- ferita per chi resta. Le porte, le finestre, il letto, la sedia, la stufa a legna... ogni cosa racconta un frammento della storia. Un mondo contadino di vita vissuta nel sacrificio, fatta di valori sani, tradizioni, proverbi e saggezza.
    L’occhio del fotografo coglie tutto questo, cercando di mettere da parte le emozioni più intime. Ma quelle -un po’ ribelli- sfuggono al controllo, esaltate dai contrasti cromatici, dal taglio dell’inquadratura. Sono circa 200 gli scatti in digitale che l’autore seleziona e reinterpreta nella modulazione del bianco e nero. Non è solo una scelta stilistica. Fasci di luce, grigi vibranti, bianchi e neri contrastati. Emozioni che affiorano in tutta la loro genuinità, dirette.
    Durante quel fine settimana di giugno -lungo, intenso- Martinelli torna due volte, sempre da solo, nella casa di campagna. Tra una visita e l’altra va a trovare la nonna a Merlara. Lei è sulla sedia a rotelle, lo sguardo è lucido, come la mente. Lo accoglie con serenità, come sempre sorridente. “Vegna tanti guai, ma la morte mai”, dice al nipote, quasi fosse un testamento. Un inno alla vita, il suo. Che arrivino pure tanti guai, ma mai la morte.
    E’ l’ultima volta che Alessandro incontra la nonna. Quella foto con le silhouette nere degli angeli -nel cimitero di Urbana- messi lì ad indicare vecchie sepolture a terra, è l’unica ad essere stata scattata dopo la sua morte.
    “Lei è un angelo.”.
    Mentre si chiudeva la porta di vetro e legno alle spalle, un mese prima, sapeva già che non l’avrebbe più rivista nella sua casa. Alessandro piange -finalmente piange- lacrime liberatorie, quando sale sull’automobile.
    Nello specchietto retrovisore la sagoma va dileguandosi. Mura come tratti somatici di un volto, crepe come solchi di rughe.

  • Mostra personale "Ma la morte mai" - Biblioteca Angelica, Roma
    Presentazione di Nicoletta Zanella – GALLERIA NAVONA 42

    Il tema del Festival Internazionale FotoGrafia di Roma per quest’anno ha individuato nel quotidiano, nel vivere la normalità, lo scenario nel quale far esprimere i fotografi invitati.
    Il lavoro di Alessandro Martinelli, che questa volta presentiamo nel meraviglioso Salone di lettura della Biblioteca Angelica, opera del Vanvitelli, gli ha già meritato un significativo premio a Fotoleggendo 2007.
    “Ma la morte mai” è il racconto in chiave evidentemente personale, di un momento della vita di tanti di noi: la fase che precede l’inevitabile distacco, l’assentarsi del corpo di chi ci ha consolato, divertito, stretto a se tante e tante volte nella vita. Un tema non facile, terreno che può rivelarsi insidioso e sdrucciolevole per il fotografo che lo intraprende.
    Affidandosi paradossalmente proprio alla precarietà insita nella fotografia, in permanente tensione verso l’istante a venire, l’autore immobilizza il suo passato; l’istante decisivo apice della ricerca funge così da antidoto verso un naturale sentimento al quale il fotografo è umanamente incline: la nostalgia.
    Nel ritratto e nelle cose rimaste di chi ora è sottratto “alla luce”, memoria e cronaca quotidiana dove ri-leggere la storia ma anche ri-scoprire le nostre storie, aldilà del valore testimoniale o dell’impatto emotivo, nella nuda semplicità che, quando riesce a trascendere il banale, si fa molto vicina alla verità.
    Alessandro Martinelli sembra possedere la capacità di chi sa osservare con il cuore e vedere aldilà del tangibile e attraversa ancora una volta quei luoghi, stanze, oggetti con i quali sembra aver stabilito un intimo senso di solidarietà, chiamandoli complici a mantenere quel patto, ora silente, “ma la morte mai”.

  • marzo 2008

    Portfolio Italia Epson 2007 - Centro Fotografia d'Autore Bibbiena (AR)
    Ma la morte mai
    di Filomeno Mottola
    (Articolo comparso su Riflessioni di marzo 2008)

    È mia opinione che il miglior modo di estrinsecare la valenza insita nel portfolio di Alessandro Martinelli sia quello di riportare fedelmente I’impatto personale che ho avuto con la sua opera. Cominciando a scorrere le immagini, la prima sommaria impressione è stata che descrivesse l'abbandono e la fine di un casolare di campagna; ma già durante la veloce lettura iniziale – ancora incompleta – qualcosa non quadrava. Ad un disordine esterno, nei dintorni e nelle pertinenze del casolare, si contrapponeva un ordine insolito nella parte interna che era adibita ad abitazione. Dall'insieme emergeva, ad ogni modo, una chiara sensazione di abbandono generale, di distacco già consumato. Ma allora: perché quell’ordine da cui traspare amore per il luogo, perche quella evidente premurosa cura per le cose che consente alle stesse di parlare delle persone, e non il solito viceversa? Chi è cosciente di andare via per sempre da un luogo non si preoccupa di riassettarlo come se potesse ritornare da un momento all'altro a riprendere le proprie abituali attività. Non ho avuto tempo di soffermarmi a lungo sulla domanda che mi ero posto in automatico, che già – continuando a scorrere le immagini – scovavo la risposta. Le ultime due foto, delle diciassette che compongono il portfolio, sono la chiave di volta che apre la mente al vero significato dell’opera. La penultima: tombe nella nuda terra, individuate da sagome di angeli su croci di ferro;l’ultima: il volto di una donna anziana che si copre fronte ed occhi con la mano sinistra. Sintetizzo l'effetto che questa foto ha prodotto in me con la f rase:"No! Mai sia! Questo proprio no!" Come un fulmine a ciel sereno, la loro comparsa quasi alla fine della narrazione iconica ne spezzala linearità e l’omogeneità creando una chiave gestaltica per il trasferimento e l'interiorizzazione del vero messaggio inviato da Martinelli. Quello che nel portfolio è - di norma - una dissonanza, qui assurge al ruolo di password per accedere alla comunicazione. Superato così anche l'iniziale apparente disaccordo fra l’opera ed il suo titolo, infine avevo recepito … Un esempio classico di come le regole siano fatte tanto per essere magistralmente osservate quanto per essere altrettanto magistralmente stravolte. A questo punto si imponeva una seconda generale rilettura del portfolio in una accezione affatto diversa, ma ora i conti tornavano. Altro che casolare abbandonato l’Autore descrive un mondo di cui in qualche modo è stato più volte parte per avervi vissuto.
    Il suo bianconero – scelta oculata e condivisa, data la natura del messaggio – però va ben oltre la consistenza visiva, il susseguirsi dei ricordi stimola la sua sensibilità d'animo portandolo a sondare l’insondabile: il pathos di nonna Anna, che quel mondo accudiva e governava, costretta dalla malattia o dagli acciacchi della vecchiaia su una sedia a rotelle in una non lontana casa di riposo, ed infine venuta meno. “Intender non lo può chi non lo prova” racconta un famoso verso di Dante. Il vero tema del portfolio è dunque l'eterna lotta che nell'uomo contrappone la vita e la morte, argomento che filosofia, psicologia e religione affrontano ognuna secondo la propria sfera di competenza. Ma l'uomo non è una materia astratta, è ... un uomo! ed evita istintivamente di addentrarsi nel terreno su cui si affrontano da un lato l'ineluttabilità, la repulsione, la paura della propria morte e dall'altro l'attaccamento alla vita, i legami verso i propri cari,le proprie cose, quella fonte di sicurezza e di serenità costituita dal punto fermo della propria casa. Nonna Anna non è sfuggita alla regola; chissà quante volte avrà ripetuto: "Riportatemi a casa mia, le mie cose sono lì in ordine,mi aspettano”. Ci fosse stata ancora lei, non avremmo avuto foglie secche fuori e ragnatele sugli attrezzi da lavoro, e – dentro - la stufa sarebbe stata perennemente accesa; avremmo visto ancora salami a seccare nel fresco buio della cantina, gustandone l’odore. Manca il profumo dei dolci realizzati in casa fatti per essere offerti a chi veniva a far visita e per essere saccheggiata dai nipotini.
    Pierina (questo era il vero nome di colei che tutti conoscevano come nonna Anna) è ora in un'altra dimensione, idealmente rappresentata da uno di quegli angeli di ferro, ma le sue cose stanno ancora lì a parlare di lei,del suo mondo fatto di cose semplici e genuine, di lavoro incessante e di tanta generosità, di tutti quei valori veri che l 'hanno permeata per una vita intera. Nonna Anna è stata una istituzione che ha lasciato il segno in tutti quelli che l 'hanno conosciuta e che hanno avuto a che fare con lei, a cominciare dai parenti, cui sarà stata sicuro esempio di adattamento agli inevitabili guai umani e di attaccamento all'esistenza. Non è da tutti questo carattere e una tale concezione di vita. Alcuni sono dell'avviso che la nostra parentesi terrena non è degna di essere sperimentata; che siano essi deboli o che il loro vissuto sia un macigno dal peso insopportabile, non è dato di sapere, né alcuno è facultato a giudicare. Certo è che Metastasio ha scritto:"Non è ver cha sia la morte/ il peggior di tutti mali/, e un sollievo de'mortali/ che son stanchi di soffrir”. E’ una questione di fede. Forse. E una questione di scelta. Forse.

  • ottobre 2007

    Mostra personale "profondamente Veneto" - Galleria Navona 42, Roma
    Come la luce per un vecchio acciecato da bambino
    di Ferdinando Camon

    In Manzoni c'è un vecchio (anzi, come dice lui, un vecchione) cieco, che però da bambino ha visto la luce, e ogni tanto gli torna in mente e gli fa venire i brividi. Io da bambino, e per un quarto di secolo, ho visto quel che le foto di Martinelli mostrano: il "Veneto profondo". Quelle visioni sono sepolte dentro di me, in uno strato dell'inconscio che la vita e la cronaca non tirano su, in superficie. Ma se ne vedo un lembo o un lampo, tutto il mondo e la vita e la terra di allora riemergono, più veri della verità. C'è qui una foto intitolata "Filari e nebbia": entravi in questi boschi simmetrici, squadrati, girando per i campi, e sentivi gli alberi sostanziati di acqua, grondanti dalle foglie, il fusto come una pompa che succhia alimento dalla terra spugnosa, ingrassata di foglie marce. Da qualche parte nel mondo esistono gli adoratori degli alberi: stanno abbracciati ai fusti, e a quelli che passano dicono: "Fermatevi, Dio è qui".
    L'albero è come un filo di corrente elettrica, che sale dalla terra alle foglie. Abbracciandolo, ti inserisci nel flusso di corrente come una spina nella presa: sei nel circuito della vita e della salvezza. La vera stagione del Veneto profondo è l'autunno. L'autunno acuisce la solitudine, la rende assoluta e perciò intollerabile. C'è un poeta che ha scritto una poesia alla donna amata per dirle che quando verrà l'estate, stordita di sole e di canti, lui la aspetterà, e quando verrà l'inverno, sepolto nel silenzio e nella neve, lui la aspetterà, ma quando verrà l'autunno, tutto rannuvolato, carico di rumori silenziosi, lui non la aspetterà, a trovarla correrà. Non è vero che l'autunno sia grigio: nel grigio un sangue rosso-stridente sgocciola dalle foglie della vite americana. La laguna di Chioggia è l'apice del Veneto: tutto ciò che è marcio è più marcio, tutto ciò che è solo è più solo. Le reti dei pescatori sanno di agguato. I grandi alberi della campagna sono i pioppi canadesi, le betulle, i platani. Disposti a destra e a sinistra, ai margini della strada, la trasformano in galleria: nella galleria si moltiplicano le vite animali, una volta anche farfalle e insetti di ogni genere, se passavi per una galleria chiudevi gli occhi, perché sulle palpebre gli insetti sbattevano ininterrottamente, come pallottole di una smitragliata. Rivedo qui i casolari isolati, spersi tra i campi, che segnalavano la loro presenza col canto di un pavone, e ogni volta mi domando che senso aveva vivere là, dove dall'alba al tramonto nessuno mai capitava, e i bambini crescevano tra tanti infiniti (Dio, la morte, il diavolo) e nessun relativo, un amico, un parente. Fin dai tempi del liceo ho trovato una risposta in Manzoni: chiedersi questo, diceva Manzoni, è come chiedersi perché il Padreterno fa nascere su spiagge senza umanità un fiore stupendo, "che spiega davanti a Lui solo - la pompa del candido velo, - che spande ai deserti del cielo - gli olezzi del calice, e muor". Martinelli cerca di consegnarci la pompa di quel velo, gli odori di quel calice. C'è una sottile delizia in quest'operazione. Ma anche tanto strazio.

    Dal catalogo della mostra "profondamento Veneto" Gangemi Editore, 2007

  • Mostra personale "profondamente Veneto"
    Presentazione di Manuela De Leonardis

    Alti, orgogliosi, eleganti. Alberi dal tronco liscio che sfidano l’inquadratura nello slancio più su. I rami spogli si divincolano in una rete di sussulti. Un inno alla vita, perché l’albero questo è. Una nebbia sottile, ma percettibile, li avvolge. Alberi che invitano ad entrare nel racconto fotografico che Alessandro Martinelli fa del suo Veneto, profondamente Veneto.
    Tornare nei luoghi dell’infanzia, della giovinezza, degli affetti familiari ha un che di intimo. L’autore vi entra in punta di piedi, guardando con disincanto. La fotografia è un mezzo per conoscersi, per entrare in contatto con la propria interiorità e raccontarsi.
    Anche un’occasione per lasciarsi sfiorare da emozioni stratificate, certo. E, magari, di inciampare nel complesso groviglio delle riflessioni esistenziali che risposte non hanno.
    Le sue fotografie -questo lavoro è stato realizzato a partire dalla fine del 2004- hanno un che di sospeso, un sapore d’altri tempi. Complice, prima di tutto, quella nebbia che -dicevamo- in Veneto abbraccia in un silenzio corpuscolare la natura, la gente, le architetture.
    Quanto alla tecnica, Martinelli ha da tempo adottato la fotocamera digitale, prediligendo per queste sue immagini -prevalentemente in bianco e nero- una stampa a getto d’inchiostro ai pigmenti di carbone su carta cotone che evoca stimoli tattili propri dei velluti e di altri tessuti preziosi.
    La campagna di Padova e Rovigo, il delta del Po, i Colli Euganei, Migliadino, Barchessa, Montagnana (è qui che Alessandro è nato nel 1970), Monselice, Urbana, Este...
    Pochi personaggi entrano direttamente in gioco in queste atmosfere sospese. A tessere il racconto sono soprattutto le antiche pietre, i rami spogli di quegli alberi che Jung considera archetipi, simbolo del sé.
    L’uomo in bicicletta che percorre la stessa strada di sempre. L’anziano cacciatore che -il capo appena chino, il fucile in spalla- avanza verso l’albero davanti a sé: un tempo la caccia era una necessità, spiega il fotografo a cui piace contrapporre la parola morte -associata alla caccia- con la parola vita che evoca l’immagine del grande albero.
    Due uomini in bicicletta, di età diverse -due generazioni a confronto- che procedono in direzioni opposte davanti al grande occhio della cattedrale. Poi, quel bambino che gioca con la sua macchinetta, pronto ad affrontare un futuro certamente articolato come la linea più chiara, ma non dritta, del liston.
    I neri si fanno più netti, pregni di altri significati, quando le implicazioni metaforiche diventano più esplicite. Domande ancora una volta senza risposte. La striscia nera, un’ombra cupa, avvolge il portone aperto di una chiesa. Il nero è dentro, mentre una luce diretta illumina l’altra metà, quella esterna. Un pensiero veloce sfiora l’osservatore -come, del resto, lo stesso autore- riguarda la fede. Una certezza per molti, non per tutti. La chiarezza sarà dentro o fuori?
    C’è anche l’ombra obliqua delle mura merlate proiettata sulle pietre della fortezza medievale. Vestigia di un passato lontano, glorioso. Certo è che l’arte sopravvive al suo artefice. Il dettaglio di un capitello, l’arcata dipinta a fresco, perfino gli angeli -silhouette di latta- svolazzanti e leggiadri del cimitero di Urbana.
    Gli scorci urbani di Montagnana includono una porzione della facciata del cinema Branzo -cancellata e colonne doriche incluse- che richiama alla memoria la sobrietà solenne delle basiliche paleocristiane, come pure il cinema Cristano, punto focale di un’altra prospettiva. Il cinema, in fondo, è da sempre il tempio dell’immaginazione -del sogno- momento di sospensione dalla quotidianità.
    Il fotografo ricorre all'artificio della sovrapposizione quando elabora l’immagine con la scala in muratura. Gradini che salgono e scendono assecondati dalla luce. Non solo un gioco ottico, un ricordo affettuoso, perché quella scala -gradino dopo gradino- a realizzarla è stato suo padre, tanto tempo fa.
    Astrazione e realismo sembrano prendersi per mano nelle fotografie di Alessandro Martinelli che coniuga equilibratamente tecnica ed estetica, trovando gli stimoli per alimentare l’immaginario. Le tegole dei tetti, orientamenti diversi che si incastrano a formare l’unità. Il vortice di spighe di un campo di grano -consueta evocazione dell’estate- dialoga con i fili d’erba, le foglie accartocciate di un inverno umido. La perfezione circolare dei covoni di fieno. Il movimento sinuoso delle nasse dei pescatori... geometrie dell’esistenza.
    Natura e civiltà. A colori quella foglia rossa, frutto di un autunno precoce, sul barile arrugginito, verniciato di turchese. Contaminazioni -elucubrazioni- intellettuali: l’immagine dell’autunno del progresso. Forse un vago rimpianto per quella sana cultura contadina in via d’estinzione.
    Da anni, ormai, Martinelli non vive più nella sua terra. Luoghi che ha amato e che la lontananza gli consente di guardare con il dovuto distacco. Alla fotografia il compito di guidare la visione introspettiva, di risvegliare una memoria che diventa collettiva.
    La nonna Anna diceva "’na fotografia l’è on ricordo che no’ i te gà porta’ via", la fotografia è un ricordo che non ti hanno portato via. Ma questa è un’altra storia.

  • agosto 2007

    Mostra personale "Aprire gli occhi, liberare la mente" - Monselice (PD)
    Presentazione di Enrico Mentana

    Nelle fotografie che state per vedere troverete una profondità che non è dovuta solo alla perizia tecnica (pur notevole) di chi le ha scattate. Vi parlano del Creato (una parola che abbiamo disimparato a usare), o se preferite della Natura, del mondo che vive intorno a noi e spesso nonostante noi, vitale e pure immobile, in continua trasformazione ma sempre apparentemente uguale. Sono alberi, pietre, acqua e luce gli ingredienti di queste immagini, le loro quattro essenze. Alessandro Martinelli ama queste essenze, le cerca febbrilmente, lo immaginiamo appostarsi alla ricerca della loro congiunzione. Il risultato è anche quello qui esposto, in una rassegna significativa: ma mi piace immaginare che il momento più bello e creativo per l’autore di queste fotografie sia proprio quello dell’attesa, immobile davanti al gioco della luce e della natura, come un cacciatore disarmato di bellezza.

  • Mostra personale "Aprire gli occhi, liberare la mente" - Monselice (PD)
    Presentazione di Gabriella Andreose

    La mostra presenta una piccola antologia di fotografie sul tema del paesaggio, rurale ed urbano, e sul ritratto. Sono immagini legate all’esperienza individuale, lavori frutto di un’attenzione particolare, segreta, rivolta ad una realtà apparentemente banale ed ordinaria, ma che sa rimandare a significati enigmatici ed emozioni profonde, quando entra in relazione con l’attenzione privilegiata di chi ne ricerca le forme.
    Sono immagini intercalari della vita di un fotografo per passione, espressioni di un linguaggio molto soggettivo e personale, legate a una sentita visione dell’uomo nel mondo. La fotografia offre nel contempo contatto e lontananza dal reale che viene fissato nell’immagine, la specificità di ogni fotografia nasce dalla singolarità della visione e dalle trasformazioni della realtà colte attraverso il linguaggio fotografico, è frutto della relazione che l’autore intrattiene con le cose che guarda.